Ritorno a Milano

1503. Leonardo fece ritorno a Firenze dove aver seguito, a fianco di Niccolò Machiavelli, le mire dispotiche di Cesare Borgia. L’artista era affascinato dal potere politico e dall’impeto intellettuale di Borgia. Tuttavia, era anche ripugnato dagli orrori che il despota si lasciava alle spalle al suo passaggio.

Una nota, scritta da Leonardo prima del suo ritorno nella città fiorentina, esprimeva il rammarico per le atrocità alle quali aveva assistito.

“Salvami dalla discordia e dalla battaglia, pazzia bestialissima” scrisse in uno dei suoi fogli.

A Firenze le ceneri dei falò delle Vanità erano ancora calde, e il ricordo di Savonarola ancora impresso nella mente dei cittadini; sembrava imperasse un’austera repressione della libertà.

Firenze era inoltre una repubblica, diversa dalla monarchia di Milano. Non c’erano protettori benevoli ma commissioni di sorveglianza. Tuttavia, Il ritorno fu accompagnato, dopo venti di guerra e congiure, da un periodo di tranquillità, durante il quale Leonardo lavorò alla realizzazione della Battaglia di Anghiari, un dipinto su muro commissionatagli dal Gonfaloniere della città.

Ma qualche anno dopo, all’apice dello sforzo artistico per la realizzazione del dipinto, la morte del padre, Ser Piero da Vinci, distolse completamente l’attenzione dell’artista dalla realizzazione dell’opera.

Un’annotazione, scritta con mano fredda e notarile su uno dei taccuini, ne riporta il decesso. Poche righe che documentano la data e i figli che Ser Piero lasciava al mondo: 2 femmine e 10 maschi. Non è possibile sapere quale fosse il sentimento che Leonardo provasse per ser Piero, quel padre che non lo aveva legittimato come figlio. Eppure, Dalle parole sul taccuino, tra la formalità quasi reverenziale dell’annotazione, traspare dell’agitazione.

La morte del padre, spirati i venti del lutto, portò a una movimentata disputa ereditaria tra Leonardo e i fratellastri, ma passò poco tempo prima che l’artista abbandonasse la città alla volta di Milano. Fu chiamato a risolvere una contesa riguardante la seconda versione della Vergine delle Rocce. Il dipinto era stato giudicato “incompleto” e “imperfetto”, e pagato solo in parte. Si era perciò risoluto, con un collaboratore che lo aveva aiutato nella realizzazione, ad appellarsi in tribunale per risolvere la spinosa controversia.

Il richiamo della disputa non fu altro che un pretesto per cogliere l’occasione di lasciare Firenze. Voleva allontanarsi dai fratellastri e dalla battaglia ereditaria. Inoltre, voleva prendere un certo distacco dal ruolo pubblico di pittore al quale lo legava la città. Ci teneva a far notare, come scrisse in una lettera a Luigi XII, che non si occupava solamente di pittura, ma che poteva progettare opere ingegneristiche magnifiche, macchine per la guerra e strutture per il controllo dei moti dell’acqua.

Leonardo aveva però lasciato incompiute delle opere, e le autorità fiorentine non erano d’accordo con l'inaspettata dipartita. Luigi XII, regnante a Milano e grande ammiratore del Cenacolo, aveva espresso la volontà di prendere con sé l’artista a corte. Le autorità, intimidite dal potere del re francese, non poterono trattenerlo, ma lo costrinsero a firmare un documento legalizzato, nel quale si impegnava a terminare i lavori incompiuti: sarebbe dovuto tornare a Firenze dopo tre mesi dalla partenza. Nonostante le esortazioni e i continui richiami, non portò mai a termine né la Battaglia di Anghiari, né le altre opere incomplete.

Era il 1506 e Leonardo, immerso nel suo secondo ritorno a Milano, aveva cinquantacinque anni. Dopo la nomina a “Pittore e ingegnere ufficiale”, eseguì il suo primo incarico: i preparativi per la sfarzosa entrata in città del re. Un magnifico corteo, con trecento soldati al seguito, accompagnò il ritorno trionfante di Luigi XII, a seguito della soppressione di una ribellione nei pressi di Genova. Il sovrano varcò le porte di Milano. Al suo fianco, tra alcune figure illustri, figurava anche Isabella d’Este, signora di Mantova. Isabella serbava un certo rancore nei confronti di Leonardo, il quale non aveva mai realizzato un ritratto che ella aveva più volte commissionato, ma che l’artista, perso nella fugace ricerca creativa, non aveva realizzato.

Al termine del 1507, la disputa ereditaria con i fratellastri, costrinse Leonardo a tornare di malanimo a Firenze. Nonostante l'intervento del re e del protettore Charles d’Amboise per velocizzare i tempi del processo, la controversia, portata in tribunale, si protrasse per lungo tempo. Durante quel periodo, Leonardo non si dedicò al completamento della Battaglia di Anghiari, ancora incompleta, ma allo studio delle scienze e dell’ingegneria. Dissezionò il corpo di un uomo centenario, uno strabiliante fenomeno per l’epoca, studiò i moti delle acque e progettò alcuni sistemi militari che Milano avrebbe potuto impiegare contro la Repubblica di Venezia.

Otto mesi dopo, il processo volse al termine. Era il 1508 e l’artista fece ritorno a Milano. Il lasso di tempo che seguì fu una riscoperta della tranquillità che aveva abbandonato durante le vicende fiorentine. Una nuova corte lo aspettava, quella del novello protettore, Charles d’Amboise.

Ancora una volta Milano tornò ad essere lo sfogo artistico di cui Leonardo aveva indissolubilmente bisogno.


Il Cenacolo vissuto

Le prime tonalità del “Cenacolo” impressero la parete del refettorio di Santa Maria delle Grazie verso la fine del '400, su richiesta di Ludovico il Moro.

Il Duca era intenzionato a trasformare quel piccolo e raffinato convento nella cappella funeraria degli Sforza; un angolo quieto di Milano, adiacente alle mura del Castello.

L’opera di ristrutturazione ebbe inizio e i lavori così assegnati: a Donato Bramante venne affidata la ricostruzione della tribuna, e a Leonardo il dipinto sulla parete nord del refettorio. L’oggetto della rappresentazione, su richiesta di Ludovico, era una raffigurazione dell’Ultima Cena, una scena famosa nello stile artistico religioso del '500.

Quando i primi tocchi cominciarono a posarsi sulla parete, e i colori ne ravvivarono il tono grigio, una folla di curiosi cominciò a intraprendere una lenta processione che si sarebbe ripetuta fino al completamento dell'opera: andavano e venivano dal convento, alcuni stavano in piedi, mentre altri sedevano silenziosamente ai lati della refettorio, osservando con reverenza le bizzarrie artistiche di Leonardo.

Per il tempo, il lavoro di un pittore, era un evento di interesse comune, ma gli atteggiamenti di Leonardo avevano qualcosa di singolare e stravagante. Alcuni giorni lo si poteva trovare al lavoro dalle prime luci dell'alba, intento a dipingere fino a notte fonda, scordandosi a volte anche di mangiare. Altri giorni restava immobile a contemplare l’opera, senza mai posare alcun pennello sulla parete. Altre volte si recava al refettorio per completare solo un piccolo particolare, una sfumatura, un'espressione o una lieve tonalità; poi se ne andava, lasciando sconcertati i Frati del convento, che inquieti mormoravano di lui.

Lo strano atteggiamento spinse il Priore a chiedere a Ludovico il Moro di sollecitare l’artista, spronandolo a completare i lavori. “Vorrei che egli non avesse mai fermo il pennello, che facesse dell’opere che zappavano ne l’orto” disse il priore al Duca, con una certa diffidenza verso Leonardo.

Ludovico promise al Priore che gli avrebbe parlato, e qualche giorno dopo convocò Leonardo a Corte, ma quello che doveva essere un rigido monito, si rivelò essere una chiacchierata alquanto affabile. Leonardo spiegò al Duca che il tempo richiesto dalla creatività non è accordabile con il tempo scandito della clessidra. “Mancano taluni particolari” disse infine Leonardo, rivolto al Duca. Mancavano due teste e l’opera sarebbe stata completata: quella di Gesù e quella di Giuda. Tuttavia, se non gli fosse stato concesso di continuare il lavoro senza intoppi, il volto di Giuda avrebbe assunto le sembianze del priore. L’allusione fece divertire il Moro che, nonostante poco tempo dopo, avvilito dalla morte dell’amata, rincarò con un’esortazione severa l'artista, ne comprese in quell’istante le ragioni.

Il Cenacolo fu completato all’inizio del 1498. Leonardo aveva scelto una tecnica innovativa per il tempo: il dipinto era stato realizzato su due strati di intonaco, a cui era stata aggiunta della biacca. Era stata infine usata della tempera grassa, mischiata ad olio di lino e uovo. Nonostante i calcoli dell'artista, la tecnica si rivelò tuttavia fallimentare e vent’anni dopo la pittura stava già cominciando a scrostarsi.

Se osservate oggi l’Ultima Cena, noterete l’assenza di una porzione, parte in cui erano rappresentati i piedi di Gesù. Si narra che nel 1652 “il Cenacolo” fosse talmente mal ridotto che i monaci non ebbero remore nell’aprire una porta nella parete del refettorio, abbattendo l’area oggi mancante.

Il Cenacolo fu sottoposto ad altri danneggiamenti nel corso degli anni. I primi restauri documentati risalgono alla metà del '700. In un primo tentativo, le parti mancanti furono ricoperte con pittura a olio, e l’intera superficie ripassata con della vernice. Una singolare testimonianza, riporta un anomalo tentativo di restauro verso la fine dello stesso secolo. Il nuovo restauratore, dopo aver eliminato quanto fatto dalla prima ristrutturazione, riprodusse i volti degli apostoli a proprio piacimento. L’uomo, ormai a tre volti dalla conclusione, fu fermato da un moto di sdegno pubblico che impedì il termine dei lavori.

Nell’800, mentre l’aria della Rivoluzione faceva oscillare il seggio del sovrano francese, le truppe anticlericali, giunte a Milano, raschiarono gli occhi dai volti degli apostoli e adibirono il refettorio a stanza delle prigioni. La guerra scalfì appena il lascito artistico di Leonardo, e negli anni successivi, durante i bombardamenti della Prima Guerra Mondiale, una parte del convento fu abbattuta ma la parete del “Cenacolo”, e il refettorio, rimasero miracolosamente intatti.

Sarà solo durante la seconda metà del '900, dagli anni '70 al termine del millennio, che un intenso restauro riporterà in vita il volto originale dell’Ultima Cena. I moti dell’anima, e i volti originali degli apostoli, nascosti per lunghi anni sotto la ruvida biacca, riemersero dal nucleo autentico del dipinto. Il dramma dell’Ultima Cena fu riportato in superficie e la narrazione di un attimo fu restituita al racconto fedele e immortale di Leonardo.


Sulla strada per Milano, 1482.

Il XV secolo stava per tramontare, la Congiura dei Pazzi si era conclusa e Lorenzo de Medici, signore di Firenze, aveva mandato alcuni artisti fiorentini ai tre angoli dell’Italia per ricostruire i rapporti guastati con le altre città: Botticelli, Perugino, Rossini e altri a Roma, il Verrocchio e alcuni allievi a Venezia e Leonardo a Milano.

Al tempo le città stato italiane vivevano in un turbinio di alleanze e rivalità altamente labili. Lorenzo aveva pertanto deciso di mandare Leonardo alla corte di Ludovico Sforza, detto “il Moro”, Duca di Milano, come segno culturale di alleanza diplomatica; un silente accordo sigillato con il genio di Da Vinci.

Fu così che Leonardo e uno dei suoi discepoli, il diciassettenne Atalante Migliorotti, si incamminarono lungo la polverosa strada che da Firenze conduceva a Milano. Atalante era parte del dono inviato a Ludovico, un giovane e promettente apprendista musico con uno strumento singolare, il quale era l’unico a saper suonare. Lorenzo aveva fatto forgiare dallo stesso Leonardo una lira d’argento, a forma di teschio di cavallo e con un timbro possente.

Il viaggio durò una settimana. Leonardo aveva brevettato un odometro per calcolare la distanza tra le due città. Lo strumento contava i giri di una ruota del carro con un geniale sistema: ogni rotazione completa attivava un meccanismo che spingeva un piccolo sasso all’interno di un contenitore, poi svuotato per conteggiare la distanza.

Il carro trasportava gran parte del patrimonio di Leonardo: libri, appunti, diversi dipinti tra cui raffigurazioni di San Girolamo, un ritratto di Atalante, diverse riproduzioni anatomiche, strumenti tecnici e strumenti ingegneristici.

Leonardo vide Firenze allontanarsi, fino a scomparire. Il suo sguardo si voltò altrove, pensava alle possibilità di Milano e ai progetti che continuava a tracciare nella sua mente: opere ingegneristiche e macchine militari per l’esercito del Moro. Non pensava alla pittura; l’idea di dipingere lo annoiava e nella stessa lettera, che spedirà tempo dopo per chiedere un lavoro a Ludovico, non accennerà in alcun modo a tale virtù.

Le cinta murarie di Milano furono sempre più vicine e così anche la corte del duca. Il Castello Sforzesco era frequentato da artisti, attori, pittori, matematici, astrologi, ammaestratori di animali, musicisti. Leonardo era estasiato da quell’atmosfera, la nuova vita a Milano si prospettava sfavillante. Avrebbe finalmente potuto lavorare concretamente alle macchine militari edificate nella sua immaginazione, oltre a concretizzare le grandi opere ingegneristiche che fino ad allora avevano preso forma solamente nei suoi taccuini.

Leonardo esordirà a palazzo facendo tuttavia altro. Organizzerà prima grandi feste, giochi di fuochi e luci per le celebrazioni del Duca, per poi ricongiungersi alla dote a cui cercava di sottrarsi: la Pittura.