Spolvero, la presenza di un'assenza

Lo Spolvero è una tecnica artistica utilizzata per riportare su una superficie, quale una parete affrescata, un disegno preparatorio eseguito su foglio di carta, spettro speculare dell’opera definitiva dell’artista.

Nel XIV e nel XV secolo, i pittori concepivano l’opera direttamente sul muro. Era l’epoca delle grandi decorazioni parietali, le chiese venivano totalmente rivestite di cicli affrescati. La composizione veniva realizzata a grandezza naturale: prima venivano eseguite alcune prove di composizione, attraverso il tracciamento di “piani e piombi”, che riproducevano rispettivamente le scansioni orizzontali e verticali dell’opera, successivamente eseguita direttamente sull’arriccio, il secondo dei tre strati fondamentali dell’affresco.

Il disegno, detto “sinopia”, era prima realizzato con una particolare terra rossa, proveniente da Sinope, città del Mar Nero, e poi riportato sull’intonaco pittorico con un colore giallo verde, che a Firenze veniva chiamato “verdaccio”.

La tecnica tradizionale di realizzazione dell’affresco prevedeva la suddivisione del lavoro in giornate. Il muro era preparato attraverso tre passaggi fondamentali. Il primo consisteva nella realizzazione di uno strato primario, che prendeva il nome di Rinzaffo, costituito da calce grassa e sabbia, e di consistenza ruvida e viscosa. Il secondo passaggio era eseguito sull’arriccio, lo strato più fine su cui veniva concepita l’opera. Il terzo era eseguito sullo strato superficiale, il Tonachino. Quest’ultimo riceveva il colore nel corso delle giornate di lavoro.

Durante il Rinascimento, con lo Spolvero (e con altre tecniche di riporto dell’immagine nei secoli seguenti) ebbe inizio una rivoluzione nella realizzazione dell’opera affrescata. Seppur la tecnica dell’affresco non subì alcuna variazione, lo Spolvero rappresentava un nuovo modo di concepire il processo di ideazione e trasferimento dell’opera su muro.

Se in passato il disegno veniva realizzato direttamente sull’arriccio, nel Rinascimento, e con lo Spolvero, veniva ideato prima su carta di piccole dimensioni nella bottega del pittore. Il disegno era riportato sul foglio attraverso la foratura con un grosso ago e in seguito trasferito sull’intonaco fresco. Il foglio veniva poggiato sull’intonaco e spolverato con del carbone. Un sacchetto di tela, contenente la sostanza colorante, veniva battuto sul disegno. Il carbone (o un altro colorante) passava attraverso i fori della carta, lasciando sull’intonaco una serie di punti neri, usati come riferimento durante la realizzazione dell’opera: venivano uniti per tracciare le linee che avrebbero riprodotto l’immagine definitiva sulla parete.

Oltre allo Spolvero, esistono altri metodi per riportare un disegno preparatorio sul muro. Alcuni saranno utilizzati dopo il Rinascimento, anche in tempi moderni. Tuttavia, lo Spolvero si distingue da ogni altra tecnica di riporto. Quando gli altri processi sono fondamentali e subordinati alla rappresentazione, ovvero sono la prima fase di preparazione per quella che sarà l’immagine finale, nello Spolvero l’immagine preparatoria è la riproduzione dell'immagine definitiva che non sarà mai visibile, è lo specchio dell’idea concettuale dell’artista.

E' presente (ma assente) una “Prima” immagine (invisibile) dell'opera finita.

L'immagine preparatoria è lo spettro di quello che sarà la conclusione del processo artistico. E' una presenza che non può essere vista ma che può essere indagata attraverso un’indagine profonda. E' il manifesto dell'idea artistica. Il presente invisibile agli occhi; la presenza assenza.


Il Cenacolo rivelato

Lucrezia Zaffarano, Andrea Sartori, Matteo Carbonara sono i tre protagonisti di Spolvero, il progetto vincitore del Concorso “Milano da Vinci”, indetto da Fondazione Italiana Accenture in collaborazione con il Comune di Milano, in partnership con la Scuola Civica di Cinema Luchino Visconti.

Arte, filmmaking, motion graphic.

Tre stili differenti, tre arti moderne che convergono, si uniscono e sperimentano per celebrare l’estro immortale di Leonardo.

Lucrezia: l’artista. Oggi assistente di Massimo Kaufmann, ha studiato e si è laureata in pittura all’accademia di Belle Arti di Brera. Dopo il percorso universitario si dedica, oltre che a diverse mostre e concorsi nei quali ha ricevuto alcuni riconoscimenti importanti, anche ad esplorare l’esigenza umana dell’oggetto; la ricerca del simbolo e la parte di anima che resta aperta al dialogo tra le culture. L’obiettivo di Lucrezia è la riflessione sull’Arte, intesa come magia e inserita tra le mani dell’uomo. Esplora il territorio umano e istintivo del genio creativo, per scoprire ciò che spesso resta celato a un approccio superficiale. Gli elementi della sua arte hanno origini lontane, nella Russia e in un preciso stile artistico nato in quel Paese: l’iconografia. L’Arte è un insieme di immagini, quindi di icone: l’iconografia è la scrittura delle immagini, risponde a un codice e a delle regole, la Grammatica visiva. Avviene perciò un incontro tra Arte e scrittura che rappresenta la dualità degli elementi che si completano, con un equilibrio di abbondanza e sottrazione. I due elementi, astrattamente intangibili, entrano in contatto con un nesso, il terzo elemento dell’arte di Lucrezia, che mette in comunicazione i due mondi: le Sculture di luce.

Andrea: il fotografo e filmmaker. Ha vissuto due vite divergenti, complementari. Nella vita precedente ha lavorato per quindici anni nel marketing e business development di alcune delle più grandi aziende mondiali di Information Technology. Oggi ha deciso di seguire le sue passioni, di raccontare storie attraverso il video, l’audio e la fotografia, le stesse passioni che lo hanno portato ad esplorare le sue doti artistiche, prima come libero professionista e in seguito con la fondazione di Keymotions, casa di produzione multimediale di cui è titolare. Andrea si può definire un visual storyteller della materia umana.

Matteo: il motion designer. Matteo è il più giovane protagonista di Spolvero. Dopo aver concluso gli studi affronta una serie di esperienze nel campo del montaggio video, della grafica pubblicitaria e delle regie live. Matteo è portavoce del ponte culturale tra la sua generazione, detta Z, e l’arte. Usa il digitale come strumento per portare in vita le immagini. I movimenti, un tempo impossibili da catturare se non in un istante immobile, vengono ora imbrigliati con la tecnica artistica della motion graphic. L’arte, con la tecnologia, viene vista da un’ulteriore dimensione inesplorata: vengono ritrovati angoli dimenticati e svelati particolari nascosti. Le conoscenze del futuro per sondare i misteri del passato.

Questi sono i protagonisti di un progetto installativo multisensoriale, da fruire e vivere di persona, dal 13 settembre al 13 ottobre 2019 presso Fondazione Stelline, a Milano.