Il Cenacolo vissuto

Le prime tonalità del “Cenacolo” impressero la parete del refettorio di Santa Maria delle Grazie verso la fine del ‘400, su richiesta di Ludovico il Moro.

Il Duca era intenzionato a trasformare quel piccolo e raffinato convento nella cappella funeraria degli Sforza; un angolo quieto di Milano, adiacente alle mura del Castello.

L’opera di ristrutturazione ebbe inizio e i lavori così assegnati: a Donato Bramante venne affidata la ricostruzione della tribuna, e a Leonardo il dipinto sulla parete nord del refettorio. L’oggetto della rappresentazione, su richiesta di Ludovico, era una raffigurazione dell’Ultima Cena, una scena famosa nello stile artistico religioso del ‘500.

Quando i primi tocchi cominciarono a posarsi sulla parete, e i colori ne ravvivarono il tono grigio, una folla di curiosi cominciò a intraprendere una lenta processione che si sarebbe ripetuta fino al completamento dell’opera: andavano e venivano dal convento, alcuni stavano in piedi, mentre altri sedevano silenziosamente ai lati della refettorio, osservando con reverenza le bizzarrie artistiche di Leonardo.

Per il tempo, il lavoro di un pittore, era un evento di interesse comune, ma gli atteggiamenti di Leonardo avevano qualcosa di singolare e stravagante. Alcuni giorni lo si poteva trovare al lavoro dalle prime luci dell’alba, intento a dipingere fino a notte fonda, scordandosi a volte anche di mangiare. Altri giorni restava immobile a contemplare l’opera, senza mai posare alcun pennello sulla parete. Altre volte si recava al refettorio per completare solo un piccolo particolare, una sfumatura, un’espressione o una lieve tonalità; poi se ne andava, lasciando sconcertati i Frati del convento, che inquieti mormoravano di lui.

Lo strano atteggiamento spinse il Priore a chiedere a Ludovico il Moro di sollecitare l’artista, spronandolo a completare i lavori. “Vorrei che egli non avesse mai fermo il pennello, che facesse dell’opere che zappavano ne l’orto” disse il priore al Duca, con una certa diffidenza verso Leonardo.

Ludovico promise al Priore che gli avrebbe parlato, e qualche giorno dopo convocò Leonardo a Corte, ma quello che doveva essere un rigido monito, si rivelò essere una chiacchierata alquanto affabile. Leonardo spiegò al Duca che il tempo richiesto dalla creatività non è accordabile con il tempo scandito della clessidra. “Mancano taluni particolari” disse infine Leonardo, rivolto al Duca. Mancavano due teste e l’opera sarebbe stata completata: quella di Gesù e quella di Giuda. Tuttavia, se non gli fosse stato concesso di continuare il lavoro senza intoppi, il volto di Giuda avrebbe assunto le sembianze del priore. L’allusione fece divertire il Moro che, nonostante poco tempo dopo, avvilito dalla morte dell’amata, rincarò con un’esortazione severa l’artista, ne comprese in quell’istante le ragioni.

Il Cenacolo fu completato all’inizio del 1498. Leonardo aveva scelto una tecnica innovativa per il tempo: il dipinto era stato realizzato su due strati di intonaco, a cui era stata aggiunta della biacca. Era stata infine usata della tempera grassa, mischiata ad olio di lino e uovo. Nonostante i calcoli dell’artista, la tecnica si rivelò tuttavia fallimentare e vent’anni dopo la pittura stava già cominciando a scrostarsi.

Se osservate oggi l’Ultima Cena, noterete l’assenza di una porzione, parte in cui erano rappresentati i piedi di Gesù. Si narra che nel 1652 “il Cenacolo” fosse talmente mal ridotto che i monaci non ebbero remore nell’aprire una porta nella parete del refettorio, abbattendo l’area oggi mancante.

Il Cenacolo fu sottoposto ad altri danneggiamenti nel corso degli anni. I primi restauri documentati risalgono alla metà del ‘700. In un primo tentativo, le parti mancanti furono ricoperte con pittura a olio, e l’intera superficie ripassata con della vernice. Una singolare testimonianza, riporta un anomalo tentativo di restauro verso la fine dello stesso secolo. Il nuovo restauratore, dopo aver eliminato quanto fatto dalla prima ristrutturazione, riprodusse i volti degli apostoli a proprio piacimento. L’uomo, ormai a tre volti dalla conclusione, fu fermato da un moto di sdegno pubblico che impedì il termine dei lavori.

Nell’800, mentre l’aria della Rivoluzione faceva oscillare il seggio del sovrano francese, le truppe anticlericali, giunte a Milano, raschiarono gli occhi dai volti degli apostoli e adibirono il refettorio a stanza delle prigioni. La guerra scalfì appena il lascito artistico di Leonardo, e negli anni successivi, durante i bombardamenti della Prima Guerra Mondiale, una parte del convento fu abbattuta ma la parete del “Cenacolo”, e il refettorio, rimasero miracolosamente intatti.

Sarà solo durante la seconda metà del ‘900, dagli anni ’70 al termine del millennio, che un intenso restauro riporterà in vita il volto originale dell’Ultima Cena. I moti dell’anima, e i volti originali degli apostoli, nascosti per lunghi anni sotto la ruvida biacca, riemersero dal nucleo autentico del dipinto. Il dramma dell’Ultima Cena fu riportato in superficie e la narrazione di un attimo fu restituita al racconto fedele e immortale di Leonardo.