Sulla strada per Milano, 1482.

Il XV secolo stava per tramontare, la Congiura dei Pazzi si era conclusa e Lorenzo de Medici, signore di Firenze, aveva mandato alcuni artisti fiorentini ai tre angoli dell’Italia per ricostruire i rapporti guastati con le altre città: Botticelli, Perugino, Rossini e altri a Roma, il Verrocchio e alcuni allievi a Venezia e Leonardo a Milano.

Al tempo le città stato italiane vivevano in un turbinio di alleanze e rivalità altamente labili. Lorenzo aveva pertanto deciso di mandare Leonardo alla corte di Ludovico Sforza, detto “il Moro”, Duca di Milano, come segno culturale di alleanza diplomatica; un silente accordo sigillato con il genio di Da Vinci.

Fu così che Leonardo e uno dei suoi discepoli, il diciassettenne Atalante Migliorotti, si incamminarono lungo la polverosa strada che da Firenze conduceva a Milano. Atalante era parte del dono inviato a Ludovico, un giovane e promettente apprendista musico con uno strumento singolare, il quale era l’unico a saper suonare. Lorenzo aveva fatto forgiare dallo stesso Leonardo una lira d’argento, a forma di teschio di cavallo e con un timbro possente.

Il viaggio durò una settimana. Leonardo aveva brevettato un odometro per calcolare la distanza tra le due città. Lo strumento contava i giri di una ruota del carro con un geniale sistema: ogni rotazione completa attivava un meccanismo che spingeva un piccolo sasso all’interno di un contenitore, poi svuotato per conteggiare la distanza.

Il carro trasportava gran parte del patrimonio di Leonardo: libri, appunti, diversi dipinti tra cui raffigurazioni di San Girolamo, un ritratto di Atalante, diverse riproduzioni anatomiche, strumenti tecnici e strumenti ingegneristici.

Leonardo vide Firenze allontanarsi, fino a scomparire. Il suo sguardo si voltò altrove, pensava alle possibilità di Milano e ai progetti che continuava a tracciare nella sua mente: opere ingegneristiche e macchine militari per l’esercito del Moro. Non pensava alla pittura; l’idea di dipingere lo annoiava e nella stessa lettera, che spedirà tempo dopo per chiedere un lavoro a Ludovico, non accennerà in alcun modo a tale virtù.

Le cinta murarie di Milano furono sempre più vicine e così anche la corte del duca. Il Castello Sforzesco era frequentato da artisti, attori, pittori, matematici, astrologi, ammaestratori di animali, musicisti. Leonardo era estasiato da quell’atmosfera, la nuova vita a Milano si prospettava sfavillante. Avrebbe finalmente potuto lavorare concretamente alle macchine militari edificate nella sua immaginazione, oltre a concretizzare le grandi opere ingegneristiche che fino ad allora avevano preso forma solamente nei suoi taccuini.

Leonardo esordirà a palazzo facendo tuttavia altro. Organizzerà prima grandi feste, giochi di fuochi e luci per le celebrazioni del Duca, per poi ricongiungersi alla dote a cui cercava di sottrarsi: la Pittura.